Introibo ad altare Dei su Divinitas 2/09

Recensione al volume "Introibo ad altare Dei" a cura di Mons. Brunero Gherardini
Un vivo plauso ai tre Coautori, nonché alla benemerita Editrice “Fede e Cultura”, per la sollecitudine con cui hanno risposto all’esigenza, sempre più diffusa, di maggior conoscenza della liturgia classica, specie dopo il Motu-proprio “Summorum Pontificum” (7 luglio 2007) del Pontefice f.r. L’unico rammarico è, per me, quello di darne notizia non con altrettanta sollecitudine, anche se ciò non è dipeso da cattiva volontà.I Coautori non son preti, appartengono al mondo della musica e del canto sacro, specialmente a quello gregoriano. S’interessan pure di filosofia, di teologia ed ovviamente di liturgia. A tre mani – stavo per dire a tre voci – han composto questo “Vademecum”: un preziosissimo ausilio teorico-pratico per la retta celebrazione liturgica, considerata nella più ampia accezione del termine, non escludendo l’applicazione pratica del Motu-proprio sopra ricordato.La materia è distribuita in modo un po’ singolare: i primi dieci capitoli si riferiscono un po’ a tutto quel che s’intende per liturgia: le fonti, i libri liturgici, i ministri, i paramenti, il luogo sacro, il canto e la musica, l’anno liturgico, la santa Messa, il Vespero, il servizio all’altare. Seguon poi tre parti dedicate all’apparato liturgico, alle cerimonie in genere e a quelle speciali.Una prefazione dell’Em.mo Card. Dario Castrillón Hoyos ed una postfazione del p. Konrad zu Löwenstein di Venezia, oltre ad una scelta e pertinente bibliografia, aggiungono un ulteriore prestigio a quello intrinseco dell’opera. Non si può che ripetere: un vivo plauso!Trovo interessante – oltretutto perché ho sempre sostenuto altrettanto – che la ragione della più facile comprensione dei testi, addotta dalla riforma conciliare, è mal posta: non si tratta infatti di ragione linguistica, ma di penetrazione del mistero e d’adesione ad esso, per la qual cosa più che la lingua vale la contemplazione orante. Utile anche la descrizione dei singoli passaggi cerimoniali per celebrare la liturgia tradizionale: i preti delle ultime leve sanno a mala pena che l’attuale rito s’iniziò con Paolo VI ed ignorano quello precedente; i preti della mia età hanno in gran parte dimenticato il rito della loro prima Messa e del loro primo servizio ministeriale. Degna di nota anche l’osservazione sulle traduzioni ed il conseguente pericolo di slittamenti semantici nel passaggio da una lingua all’altra. Anche per questo, oltre all’espressività propria e alla duttilità della lingua di Roma, sarebbe stato opportuno rimanere alla fissità del latino. Esprimo infine la mia grande ammirazione per lo spirito di fede, di preghiera e d’amore alla Chiesa che i tre Autori esprimono in ogni loro pagina.Se mi si permette, faccio un rilievo critico: non insisterei più di tanto sulla continuità fra il nuovo rito e quello tradizionale, ed ancor meno fra il Vaticano II – globalmente considerato – e la Tradizione ecclesiastica. Che ci siano affermazioni in tal senso, nessuno lo nega; che sian qualcosa di più del famoso specchietto per le allodole, è da provare. Aggiungo che non basta qualificare la Tradizione con l’aggettivo “vivente” per giustificare ciò che le è estraneo: è un cavallo di Troia introdotto nella cittadella della liturgia e della Chiesa.
Mons. Brunero Gherardini
Estratto da: Divinitas. Rivista internazionale di ricerca e di critica teologica, 2 (2009) 237-238.

Siamo presenti al Giorno del Timone

Sabato 23 maggio siamo presenti col nostro stand a Vimercate (Milano) al Giorno del Timone. Libri della Buona Stampa, incontri con gli Autori, con il nostro Direttore Prof. Giovani Zenone e con lo staff di collaboratori di Fede & Cultura. Vi aspettiamo! Qui di seguito il programma.

IL GIORNO DEL TIMONE

Sabato 23 maggio 2009
Località: Cascina La Lodovica
Via Lodovica, 5 - ORENO DI VIMERCATE (MI)
Email: info@lalodovica.it internet:www.lalodovica.it



PROGRAMMA

ore 10,00 - Apertura

ore 11,30 - Santa Messa
celebrata da S. Em.za Card. José Saraiva Martins
Prefetto emerito della Congregazione delle Cause dei Santi

ore 15,00 - Conferenza
"Il ritorno a Dio. Nel cuore. Nel mondo"
Relatori
Paolo Brosio
Massimo Introvigne



ore 17,00 - Riconoscimento speciale
alle
Suore Misericordine
che hanno curato Eluana Englaro


ore 17,20 - Consegna del Premio "Defensor Fidei"
assegnato a P. Thomas Chellan,
sacerdote dello Stato dell'Orissa (India) brutalmente perseguitato da fantici indù


Durante il corso della giornata
stand espositivi di associazioni
mostre
per i bambini: giochi, spettacolo, intrattenimento
(servizio baby sitter)
possibilità ristoro: self service - servizio bar

Risorgimento ed Europa su Radici Cristiane maggio 2008

Intervista all'Autrice del libro Risorgimento ed Europa Angela Pellicciari.
D. Alla vigilia delle elezioni europee lei fa stampare un libro dal titolo “Risorgimento ed Europa\ Miti, pericoli, antidoti” (Fede & Cultura, pp. 124, 12 euro): una collezione di suoi vecchi articoli prevalentemente comparsi su La Padania. Quale è il senso di questa operazione culturale?

R. Il senso è quello di mandare un messaggio. E il messaggio è: stiamo attenti, cattolici.

Stiamo attenti perché nel nome di bellissimi ideali rischiamo di esser colonizzati in modo brutale dalla mentalità nichilista, scientista e sessista che opera con successo in molti degli stati del nord e centro Europa e, da qualche anno, anche nella cattolica Spagna.

D. Ma cosa c’entra con l’Europa il Risorgimento?

R. Le spiego. Il processo di unificazione della penisola italiana, nato sotto i migliori auspici, favorito dagli stessi cattolici, compreso il papa, si è trasformato in uno spaventoso boomerang che ha tentato con satanica determinazione di sradicare dal cuore degli italiani la religione cattolica, che pure lo Statuto albertino definiva “unica religione di stato”. Pio IX ha ripetutamente denunciato la singolarità della persecuzione anticattolica in Italia. Mentre Lutero, Calvino, gli anglicani ed i protestanti tutti, hanno sempre apertamente attaccato e diffuso odio contro la chiesa di Roma, in Italia, culla del cattolicesimo, la strategia è stata diversa.

Da noi i liberali, scrive Pio IX, hanno avuto l’impudenza di definirsi i più sinceri difensori di Gesù Cristo, della chiesa e dello stesso papa, spacciandosi per paladini dell’ordine morale.

D. Aveva ragione Pio IX a condannare e scomunicare l’intera élite liberale italiana?

R. Basta guardare ai fatti. In nome della “pura” morale e della vera “religione”, in nome della libertà e della costituzione, il Regno d’Italia ha soppresso tutti gli ordini religiosi della chiesa di stato, ha abolito tutte le opere pie ed ha ridotto il papa, Pio IX, allo stato di “prigioniero” in Vaticano. Il risultato di questo tipo di morale e di questo tipo di religione è stato la rovina della popolazione italiana nella seconda metà dell’Ottocento e agli inizi del Novecento fino alla prima guerra mondiale.

Il Risorgimento è stato per gli italiani un dramma dalle proporzioni apocalittiche: per ironia della sorte il periodo che si chiama Risorgimento ha trasformato gli italiani in una nazione di emigranti. E questo, va pur detto, dopo che avevamo conosciuto, per più di due millenni, una storia ricca di primati.

D. E l’Europa? Torno a chiederle: in che senso si possono associare le modalità dell’unificazione della penisola italiana a quelle del continente europeo?

R. Le analogie, a guardare i fatti, sono parecchie. Anche in questo caso il progetto di Unione Europea vede protagonisti, e protagonisti convinti, i maggiori leaders cattolici del secondo dopoguerra: De Gasperi, Adenauer e Shuman. Anche in questo caso però l’Unione Europea, nata cristiana, si è progressivamente trasformata in una realtà anticristiana, antivaticana, nemica dello stesso diritto naturale.

D. In che senso dice che l’Unione Europea sia antivaticana?

R. Nel senso che spiega Mario Mauro, vicepresidente del Parlamento Europeo, quando scrive: “Negli ultimi dieci anni il Parlamento europeo ha condannato il Papa e la Santa Sede per violazione dei diritti umani fino a trenta volte. Cuba e la Cina non più di dieci”.

D. Questa rivista ha recensito il suo pamphlet Family day uscito lo scorso anno. Diceva qualcosa di simile accennando all’Europa.

R. Proprio così. Memore del disastro del Risorgimento, negli ultimi anni ho seguito con molta attenzione le modalità con cui si sta cercando di realizare la costruzione dell’Europa. A cominciare dal rifiuto di specificare le sue radici cristiane. Come si fa a negare l’evidenza? Come si fa a rifiutare di ammettere, come tante volte richiesto da Giovanni Paolo II, che le radici dell’Europa sono cristiane? Come non vedere che se c’è un elemento che accomuna tutte le terre europee questi sono i campanili che da una parte all’altra del continente svettano per segnalare la presenza di luoghi abitati? Come negare quel fatto incontrovertibile che senza l’evangelizzazione e la romanizzazione dei barbari operata dalla chiesa, di Europa non sarebbe neppure possibile parlare?

D. A dire il vero il Parlamento europeo non si limita a negare le radici cristiane: pretende di dare vita ad un uomo di tipo nuovo, costruito a partire da modalità dettate dalla tecnoscienza.

R. Proprio così. Si ricorda dell’espressione di Massimo D’Azeglio: “l’Italia è fatta, bisogna fare gli italiani”? Anche oggi, come allora, gruppi di persone che si ritengono illuminate hanno deciso che gli europei, come nell’Ottocento gli italiani, vadano rifatti. Ad immagine e somiglianza di un pensiero anticristiano che, in nome dell’uguaglianza e della qualità della vita, pretende di dettare legge sulla durata e le caratteristiche della vita umana. E che in nome della libertà pretende di negare le caratteristiche biologiche della sessualità.

Ma come si fa a sostenere che il sesso sia solo un dato culturale e pensare che ogni bambino debba essere “educato” fin dalla più tenera età ad identificarsi in uno dei supposti cinque generi in cui la specie umana risulterebbe suddivisa?

Il paradosso laicista invoca, come sempre, e come lei ricordava nella domanda, il paradigma scientista: la Santa Sede ed i cattolici si opporrebbero al pensiero scientifico. I pontefici, in ultima analisi, si opporrebbero all’eterno desiderio di felicità dell’uomo e al suo tentativo di migliorare le proprie condizioni di vita.

Come al solito i corifei della libertà contro la verità, i propugnatori delle verità scientifiche opposte a quelle di fede, hanno il fiato corto. Un fiato capace solo di ripetere con meccanica ripetitività: è la scienza che lo dice. E allora non sarà male ricordare che anche Hitler faceva ricorso alla scienza per giustificare la propria oscura e satanica volontà di potenza. Durante il nazionalsocialismo le università erano piene di scienziati che insegnavano come, al di là di ogni possibile dubbio, la razza ariana fosse destinata al governo mondiale e la razza ebraica fosse biologicamente inferiore.

Sul versante comunista la musica era la stessa. Ricordo ancora una bella introduzione di Togliatti al Manifesto del partito comunista comparsa nel 1947: anche in quel caso il Migliore si appellava alla scienza. A suo giudizio erano i fatti a dimostrare la scientificità del pensiero marxista: la verità del comunismo sarebbe stata comprovata in modo inconfutabile dall’avanzata mondiale delle società socialiste.

D. Quella che lei propone è in buona sostanza la difesa della civiltà e della verità cristiana?

R. Esattamente. Le dicevo prima del Risorgimento: si è trasformato nel suo contrario. Se la storia insegna qualcosa, dobbiamo stare molto attenti a non rifare gli stessi errori nel processo di unificazione europea. Anche perché questa volta la lotta non è solo contro la chiesa. L’attacco gnostico è rivolto direttamente alla vita. E se questo progetto disumano non sarà fermato rischiamo la distruzione, forse definitiva, della civiltà europea.

Memoria e Progresso di Piero Vassallo

Oggi a Genova alle ore 17,00 presso la Biblioteca del Consiglio Regionale della Liguria in via G. D'Annunzio n. 38 verrà presentato il volume "Memoria e progresso" di Piero Vassallo. Sarà presente l'Autore il Prof. Giovanni Zenone, direttore di Fede & Cultura che ha scritto la prefazione del volume.

Piero Vassallo
Memoria e progresso

Prefazione di Giovanni Zenone

Recensione
Il progresso non rappresenta la fondazione della civiltà sopra le rovine dell’esistente, ma è il risultato della selezione e del perfezionamento delle nozioni trasmesse dalle generazioni passate. Per dimostrarlo, lo storico della filosofia Piero Vassallo ripercorre il deragliamento gnostico e antirealistico della “ragione” moderna, mostrando l’essenza tenebrosa e dissolutoria delle pseudofilosofie di Cartesio, Kant, Hegel, Nietzsche, Heidegger, Simone Weil, Bataille, Kojève, Guénon, Evola e della Scuola di Francoforte. A questi autentici mostri della ragione Vassallo oppone le luminose rivisitazioni del pensiero tomista, vichiano, rosminiano e kierkegaardiano operate nel Novecento da veri e propri geni metafisici quali – per nominare solo i più rappresentativi – Michele Federico Sciacca, Cornelio Fabro ed Étienne Gilson. Costoro hanno saputo confutare magistralmente le calunnie all’essere e le staffilate alla razionalità umana che hanno fatto il disonore dei maestri del sospetto e dei “pensierodebolisti” assisi sulle cattedre della banalità e dell’immoralismo. Il preconcetto secolarista, si è oggi trasformato in strumento di perdizione, cioè di quel totalitarismo della dissoluzione (Del Noce) che ultimamente sussurra perfino dai pulpiti, consacrati alla teologia conformistica. Unico rimedio ad una tale situazione di crisi è non tanto uno sterile e mummificato “tradizionalismo”, ma una riscoperta attiva e dinamica della “tradizione viva e perenne” della filosofia occidentale. Infatti, come scriveva Francisco Elias de Tejada, “La posizione che suole contrapporre la tradizione al progresso è assurda, giacché non esiste progresso senza tradizione né tradizione senza progresso”.
L’Autore
Piero Vassallo è nato a Genova nel 1933. Laureato in filosofia è stato docente nella sede genovese della Facoltà teologica del Nord Italia. Giovanissimo ha iniziato l’attività di pubblicista sotto la guida di Giano Accame, è entrato nella redazione della rivista Lo Stato diretta da Baget Bozzo. Di seguito ha collaborato con Guido Gonnella (Il Centro), con Nino Radano (Il Quotidiano), con Antonio Livi (Studi Cattolici), Silvano Vitale (L’Alfiere) e nuovamente con Baget Bozzo (Renovatio). Negli anni Settanta ha fatto parte dell’associazione dei giusnaturalisti cattolici (fondata da Francisco Elias de Tejada) ed ha collaborato con la Fondazione Gioacchino Volpe. Tra il 1997 ed il 2003 è stato editorialista del quotidiano romano Il Tempo. Fra le sue opere “Pietro Mignosi e la Tradizione” (Palermo 1989), “Introduzione allo studio di Vico” (Palermo 1992), “La filosofia del regresso” (Napoli 1996), “La restaurazione dellametafisica” (Genova 2006) e “La cultura della libertà” (Genova 2007).
Nota breve
La Tradizione classica e cattolica e la rivoluzione dissolutoria contemporanea
Argomento: Filosofia, società, cultura
Collana: Filosofica 9
Pagine 192
Altezza 21
Larghezza 15
Tipo di copertina: brochure
Prezzo: € 18,00 (estero e corriere 28,00)
Isbn: 978-88-6409-006-1
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Spedizione

Risorgimento ed Europa di Angela Pellicciari su Zenit

La Chiesa cattolica tra Risorgimento e Unione europea
Miti, pericoli, antidoti per evitare che si ripetano alla Ue gli errori del Risorgimento
di Antonio Gaspari
ROMA, giovedì, 30 aprile 2009 (ZENIT.org).- E’ arrivato nelle librerie l’ultimo libro di Angela Pellicciari, dal titolo “Risorgimento ed Europa. Miti, pericoli, antidoti” (Edizioni Fede & cultura).
L’autrice, storica del Risorgimento e dei rapporti fra papato e massoneria, ripropone una lettura originale e arguta del Risorgimento italiano, mostrando come i Savoia e i liberali si appropriarono dell’ingente patrimonio che nel corso del tempo la popolazione aveva donato alla Chiesa cattolica e tramite la Cristianità ai poveri.
Angela Pellicciari rivela il vero volto di molti personaggi risorgimentali e fa il confronto con l’attuale processo di unificazione europea, paventando i rischi di un totalitarismo nichilista, che si presenta con la maschera della democrazia, della tolleranza e del rispetto della diversità.
Per approfondire un tema di così scottante attualità ZENIT ha intervistato Angela Pellicciari.
Nel libro lei esprime un giudizio molto negativo del Risorgimento. Perchè?
Pellicciari: Perché è stato guidato da un’élite liberal-massonica convinta che la cattolicità degli italiani fosse un male da estirpare. E perché, per fare gli italiani diversi da quelli che erano, in nome della libertà e della costituzione, sono stati infranti uno dopo l’altro tutti gli articoli dello Statuto.
Perché l’1% della popolazione, sopprimendo tutti gli ordini religiosi e tutte le opere pie, si è appropriato della ricchezza accumulata nel corso di mille e cinquecento anni dall’Italia cattolica con la conseguenza che, grazie al Risorgimento, siamo diventati un popolo di emigranti.
Sarebbe stata possibile l’Unità d’Italia senza Risorgimento?
Pellicciari: Scrive Antonio Rosmini nel saggio Sull’unità d’Italia composto nel 1848: “L’unità d’Italia! E’ un grido universale, e a questo grido non v’ha un solo italiano dal Faro alle Alpi a cui non palpiti il cuore. Sarebbe dunque gettare parole al vento provarne l’utilità o la necessità: dove sono tutti d’accordo, non v’ha questione”.
Tutti, Papa compreso, volevano l’unificazione della penisola in quella che veniva chiamata “Lega”. Le cose sono andate diversamente perché, grazie all’appoggio determinante delle nazioni straniere, Carlo Alberto ed i suoi successori hanno voluto “fare da sé” contro tutti gli altri.
Che ruolo ha avuto la massoneria nei moti risorgimentali?
Pellicciari: La massoneria è stata l’anima del Risorgimento. Questo riconoscono unanimemente sia le fonti cattoliche, ed in particolare le encicliche di Pio IX e Leone XIII, sia le fonti massoniche.
Quali sono gli elementi comuni che, secondo lei, legano il Risorgimento alla odierna Unione europea?
Pellicciari: Il denominatore comune è, a mio modo di vedere, la gnosi. Ancora una volta, proprio come all’epoca del Risorgimento, un’élite che si ritiene moralmente ed intellettualmente superiore (gli gnostici per l’appunto, ovvero coloro che conoscono, coloro che sanno) progetta in modo “scientifico” il futuro dell’Europa.
Futuro che non prevede la sopravvivenza del cristianesimo. Per questo non è stato possibile, contro la palmare evidenza dei fatti, riconoscere il ruolo avuto dalla Chiesa cristiana nella costruzione dell’identità europea.
Per questo è stato rifiutato a Rocco Buttiglione, designato dal precedente governo Berlusconi, il ruolo di Commissario europeo. Per questo la Santa Sede è stata condannata dal Parlamento europeo trenta volte per violazione dei diritti umani.
Ancora una volta un progetto convintamente appoggiato da cristiani (Schuman, De Gasperi, Adenauer) rischia di rivolgersi brutalmente contro di loro.
Perchè la gnosi, di cui la massoneria è espressione, si oppone alla Chiesa cattolica?
Pellicciari: La gnosi si oppone alla verità rivelata e contesta la realtà del diritto naturale. Il pensiero gnostico non si propone di comprendere il mondo ma di cambiarlo.
A partire dalla Rivoluzione Francese e da Napoleone, i frutti dei vari progetti di liberazione dell’umanità non hanno cessato di tradursi in oceani di sangue. Ma questo non è bastato.
La gnosi si è sempre rifiutata di prendere atto dei propri errori. Si è sempre rifiutata di riconoscere la verità dei dieci Comandamenti, precipitando nel vortice inarrestabile e spaventoso del mondo senza Dio. Se, dopo le catastrofi di comunismo e nazismo, si è smesso di idolatrare lo stato, l’idolatria è stata trasferita sul singolo ed i suoi desideri. Sposando un relativismo spinto fino alla negazione della realtà, si è giunti a contestare la divisione dell’umanità in due sessi biologicamente distinti, per teorizzare l’esistenza di cinque generi liberamente scelti, partendo da un progetto definito culturale.
Quali sono i legami tra l’agnosticimo massonico e le politiche contrarie alla vita e alla famiglia?
Pellicciari: Uno degli elementi che accomuna le varie sette gnostiche è il disprezzo per la materia. Secondo questa visione della realtà è bene che l’anima si liberi il prima possibile dal corpo.
E’ azzardato ipotizzare che rispondano a questo obiettivo la denatalità, la diffusione della droga, la sponsorizzazione di pratiche sessuali per definizione lontane dalla procreazione, la santificazione del preservativo (basta vedere il linciaggio cui è stato sottoposto il papa dopo la visita in Camerum), ed, infine, la propaganda della stessa morte?
Quando si parla di qualità della vita e si suggerisce come soluzione la morte, quando si definisce la morte “dolce” e “buona”, non si sta ancora una volta negando la realtà? Non si sta facendo finta di ignorare che la morte è un dramma spaventoso contro cui tutti combattiamo ogni giorno? Non si sta dimenticando che la morte, come dice il libro della Sapienza, è l’unica realtà non creata da Dio ma entrata nel mondo per invidia di Satana? La gnosi è da sempre un nemico mortale dell’uomo e della Chiesa.

Romano Amerio è la risposta a Enzo Bianchi

(di Francesco Agnoli, su Il Foglio)
Sono reduce dalla lettura dell’ultimo libro di Enzo Bianchi, Per un’etica condivisa (Einaudi), e non posso non riflettere sulla spaventosa distanza che esiste tra il pensiero di questo famoso monaco mediatico e l’ortodossia cattolica. L’errore di fondo, che inficia tutto il ragionamento di Bianchi, è quell’ ottimismo mondano che si è insinuato profondamente nel pensiero ecclesiastico e cattolico nell’epoca del post Concilio. Mondano, intendo, perché ignora o sminuisce del tutto l’esistenza del peccato. “Quando la Chiesa, scriveva parecchi anni fa il Cardinal Journet al cardinal Siri, prenderà coscienza sino a che punto lo spirito del mondo è penetrato dentro essa, si spaventerà”.
Ma come è penetrato questa mentalità, di cui Bianchi è oggi uno dei massimi alfieri? A mio modo di vedere all’epoca del Concilio, allorchè in molti si diffuse l’idea che col mondo, inteso in senso evangelico, occorresse trovare un modus vivendi pacifico e conciliante, sempre e comunque. Bisognerebbe anzitutto ritornare a quegli anni, per evitare di costruire leggende e miti come quelli che piacciono ai vari Melloni, Mancuso e, appunto, a Enzo Bianchi: il concilio non fu una pacifica e simpatica riunione di vescovi e periti, tutti in perfetto accordo tra loro, ma fu una lotta dura, che vide la presenza di posizioni problematiche e critiche, rispetto alla volontà di “aggiornamento” e “innovazione”, di molti uomini di grande spessore, dal cardinal Siri, più volte papabile, ai cardinali Ottaviani, Ruffini, Bacci, sino al Coetus Internationalis patrum, formato da centinaia di padri conciliari, e raccolto intorno a mons. Marcel Lefebvre.

I documenti conciliari sorsero dunque in mezzo alla tempesta, agli scontri, talora veramente aspri, tra “conservatori” e “progressisti”, con correzioni, emendamenti, e ambiguità, inevitabili laddove un documento nasca come mediazione, come compromesso tra posizioni divergenti. A mio modo di vedere, l’ambiguità più grande fu quella sull’atteggiamento da tenere, appunto, rispetto al mondo, allo spirito moderno e alle sue filosofie. Il concilio volle essere pastorale, e quindi soffermarsi proprio e soprattutto, in questo caso senza godere dell’infallibilità, sui modi, le strategie, per una nuova evangelizzazione, efficace e fruttuosa. Il principio guida, che fu indicato da Giovanni XXIII, fu quello di utilizzare, rispetto alla “severità” del passato, la “medicina della misericordia”.

Ci fu insomma un cambio di passo, che Romano Amerio, oggi riscoperto e finalmente ristampato da Fede & Cultura, commentò tra l’altro con queste profetiche parole: “Questo annuncio del principio della misericordia contrapposto a quello della severità sorvola il fatto che, nella mente della Chiesa, la condanna stessa dell'errore è opera di misericordia, poiché, trafiggendo l'errore, si corregge l'errante e si preserva altrui dall'errore. Inoltre verso l'errore non può esservi propriamente misericordia o severità, perché queste sono virtù morali aventi per oggetto il prossimo, mentre all'errore l'intelletto repugna con un atto logico che si oppone a un giudizio falso. La misericordia essendo, secondo S. theol., II, II, q. 30, a. 1, dolore della miseria altrui accompagnato dal desiderio di soccorrere, il metodo della misericordia non si può usare verso l'errore, fatto logico in cui non vi può essere miseria, ma soltanto verso l'errante, a cui si soccorre proponendo la verità e confutando l'errore. Il Papa peraltro dimezza un tale soccorso, perché restringe tutto l'officio esercitato dalla Chiesa verso l'errante alla sola presentazione della verità: questa basterebbe per sé stessa, senza venire a confronto con l'errore, a sfatare l'errore. L'operazione logica della confutazione sarebbe omessa per dar luogo a una mera didascalia del vero, fidando nell'efficacia di esso a produrre l'assenso dell'uomo e a distruggere l'errore” (Romano Amerio, Iota unum, Fede & Cultura).

Questo brano magistrale mi sembra possa essere utile per far fronte anche oggi a questo ottimismo mondano, che nasce all’interno del mondo cattolico, e che si presenta con alcune caratteristiche costanti: la condanna più o meno aspra delle decisioni e della pastorale della Chiesa del passato; il ripudio della Tradizione e il tentativo di presentare il Vaticano II come una sorta di nuova Pentecoste, di vero e proprio atto di nascita della cosiddetta “Chiesa conciliare”. Ottimismo mondano di cui il citato Bianchi costituisce uno degli esempi più solari, in quanto espressione di un tipo di cattolicesimo adulterato che ritiene che l’essenziale sia raggiungere una posizione condivisa, una mediazione, un punto di incontro, quale esso sia, tra la Verità di Cristo e le posizioni, anticristiche, del mondo. Se analizziamo il libro citato ne troviamo subito, nell’incipit, il significato di fondo: Bianchi vuole fare pulizia, anzitutto all’interno del mondo cattolico, mettere i puntini sulle i, spiegare quale debba essere il comportamento dei suoi fratelli di fede. Costoro, scrive Bianchi, debbono smetterla di riunirsi in “gruppi di pressione (sic) in cui la proposta della fede non avviene nella mitezza e nel rispetto dell’altro, per diventare intransigenza e arrogante contrapposizione a una società giudicata malsana e priva di valori”. La lettura del seguito fa capire bene il significato di queste parole, del tutto simili a quelle di un Augias o di un Odifreddi: esse sono una condanna chiara, anche se un po’ ipocrita nelle modalità, della posizione della Chiesa e dei cattolici, riguardo al referendum sulla legge 40 e alla questione dei pacs-dico.

Una condanna, in generale, di ogni tentativo legale e leale da parte dei cattolici, e non solo, di affermare valori non negoziabili in politica. Bianchi lo ripete più volte, spiegando quello che è ovvio, e cioè che “il futuro della fede non dipende da leggi dello stato”, ma dimenticando che i cattolici, come tutti gli altri cittadini, sono chiamati ad esprimere la loro visione di società, qui e oggi, e non a ritirarsi nelle sagrestie. Il cattolicesimo che Bianchi vorrebbe è invece insignificante e inesistente sul piano culturale e politico, e finisce addirittura per delineare una religiosità amorfa, astratta, spiritualista, che è lontanissima dall’idea originaria del cattolicesimo.

Ogni scontro e polemica attuale, ogni rinascita odierna dell’anticlericalismo, continua il monaco, è sempre colpa dei credenti, “è sempre una reazione a un clericalismo che si nutre di intransigenza, di posizioni difensive e di non rispetto dell’interlocutore non cristiano”. A parte che non si capisce bene, a leggere queste parole, a quale dibattito abbia assistito Bianchi in questi anni, il punto centrale è un altro: nel togliere al cristianesimo la sua capacità di incarnarsi nella realtà, per plasmarla concretamente, Bianchi finisce per negare cittadinanza al cristianesimo stesso e per scegliere come punto di riferimento assoluto e ingiudicabile, quasi metafisico, la Costituzione repubblicana. Da essa deriverebbe, udite, udite, “l’assoluto diritto dello stato di legiferare su tutte quelle realtà sociali fondate o meno sul matrimonio (sia religioso che civile)”. “Diritto assoluto”, scrive Bianchi: una affermazione, a ben vedere, che oggi, dopo l’esperienza delle statolatrie totalitarie, neppure il più laicista tra i giuristi arriverebbe, almeno nella teoria, a sostenere. In tutto il suo argomentare Bianchi annulla il concetto di Verità, affermando un relativismo pieno; sostiene la perfetta equivalenza tra fede e ateismo (“l’uomo può essere umanamente felice senza credere in Dio, così come può esserlo un credente”); nega di fatto in più passaggi, con linguaggio equivoco, ma chiaro, il primato petrino, a vantaggio del “primato del Vangelo”, e propone come unico riferimento del suo argomentare, da buon protestante, solo e soltanto la bibbia, la sua “lettura personale e diretta” (sic), etsi Ecclesia non daretur.

“Per un’etica condivisa” è appunto un inno ad un “modo”, ad uno “stile”, al “come”, con cui i cristiani dovrebbero presentarsi oggi ai non credenti: un modo, uno “stile”, inaugurato dal Concilio Vaticano II, che sarebbe “importante quanto il messaggio”. Coerentemente, in tutto il libro manca, appunto, il messaggio! Non vi è mai una affermazione chiara di una verità teologica o morale: si parla di “etica condivisa”, si lanciano sfrecciatine piuttosto velenose ai cattolici, al centro destra, a Berlusconi, a Maroni, a Mel Gibson, a Ferrara, come fossero loro i problemi della cristianità, ma poi non si arriva mai ai contenuti: tutto puro stile, buonismo a buon mercato, mai una parola, una posizione, quale che sia, sulla clonazione, la fecondazione artificiale, le famiglia, l’eutanasia, la sessualità, e tutti i problemi più scottanti dell’etica odierna. Al massimo qualche vago riferimento alla pace, e un accenno, velatissimo, per carità, alla 194, la legge che legalizza l’aborto, ricordando però, anzitutto e soprattutto, che i cattolici dovrebbero rispettare ogni legge nata dal “confronto democratico”, e proclamata, lo si ricordi, da quello Stato che ha potere “assoluto” di vita e di morte.

A Bianchi sfugge, come avrebbe detto Amerio, che lo stile è questione secondaria, nel senso che viene dopo, logicamente e non cronologicamente, perché l’Amore procede dalla Verità, e non viceversa. Gli sfugge, inoltre, che il suo irenismo indifferentista e relativista è stato già bollato da san Pio X, allorché deprecava quanti alla sua epoca si adoperavano per un “adattamento ai tempi in tutto, nel parlare, nello scrivere e nel predicare una carità senza fede, tenera assai per i miscredenti”, all’apparenza, ma in realtà priva di vera misericordia, perché spoglia di verità. A chi continuava a sponsorizzare una “conciliazione della fede con lo spirito moderno”, Pio X indicava il crocifisso, e ricordava che certe idee “conducono più lontano che non si pensi, non soltanto all’affievolimento, ma alla perdita totale della fede”. Perché se io non fossi un credente, e leggessi, per cercavi una parola di verità, il libro di Bianchi, arriverei alla conclusione che la verità non esiste, e che la mia sete di verità è roba da persone senza “stile”. Caro Bianchi, la verità, nella carità, mi dice sempre un’amica pro life, ma: la verità, per carità! Questo è l’unico stile, della Chiesa, di Cristo e del suo Evangelo, cioè della buona novella (vede che la novella, il messaggio, è importante?)
(Il Foglio, 26 aprile 2009).

Avvenire: recensione di "Contro la post-religione"

Prima del positivismo ottocentesco, i sapienti erano anche umanisti; oggi c’è invece l’idea che solo la scienza rappresenti in modo corretto la realtà.
Parla il latinista Oniga

L’umanesimo difeso dai cristiani
DI LORENZO FAZZINI
« L’attacco anticristiano è il pretesto per colpire il vero obiettivo, che non è il sen­timento religioso, ma ' la giungla del sedicente pensiero umanistico' » . Di qui nasce una « post- religione » di stampo « nichilista e consumista, fa­tale per l’intelligenza e oppressiva per la gioia di vivere » . Immerso nei suoi studi classici – è docente di Lingua e letteratura latina all’università di U­dine – Renato Oniga non ha trattenu­to un sobbalzo intellettuale «classico» di fronte alla pubblicistica anti- cri­stiana, da Piergiorgio Odifreddi a Ch­ristopher Hitchens passando per Cor­rado Augias. Ne è scaturito Contro la post- religione. Per un nuovo umane­simo cristiano ( Fede & Cultura, pp. 222, euro 18; tel. 045/ 941851), un sag­gio in cui il latinista friulano – sup­portato da Marc Fumaroli, membro dell’Académie française (che firma la pre­fazione qui pubblicata in ampi stralci) – condensa alcune riflessioni sulle re­centi polemiche anti- reli­giose.
Perché l’attacco anti- cri­stiano di Odifreddi è un’aggressione al pensie­ro umanistico?
« In Odifreddi ci sono alcu­ne accese prese di posizio­ne contro l’umanesimo: e­gli afferma che la scienza dovrebbe sostituire il ' sedicente' pensiero umanistico e che l’unico modo di pensare razionale sull’uomo sarebbe quello scientifico. Vuole arri­vare al ' pensiero unico', per cui solo la scienza sarebbe capace di sostituirsi alla filosofia e alla religione: una vera caricatura della scienza! Purtroppo, questo pregiudizio è rintracciabile an­che in una certa recente politica sco­lastica, quando si sostiene che l’Ita­lia, rispetto ad altri Paesi più ' evolu­ti', darebbe poco spazio alle materie scientifiche. In queste tendenze in­travedo il pericolo che la tradizione umanistica cada sotto i colpi di un pensiero scientista globalizzato » .
Quali sono i tratti principali della « post- religione »?
« Riprendendo alcuni spunti di Gior- gio Israel, che per primo ha denun­ciato questi aspetti del pensiero post­moderno, mi sembra che i dogmi principali siano l’odio di sé, lo scien­tismo e il relativismo. L’odio di sé si manifesta nella volontà di autodi­struzione della tradizione occidenta­le. Il relativismo viaggia sul piano eti­co: qualsiasi opinione può essere e­quivalente a un’altra, eccetto la scien­za, che ha valore categorico. Ho no­tato una cosa curiosa: gli argomenti u­sati oggi contro il cristianesimo non sono altro che una riproposizione del­le accuse dei pensatori pagani verso i primi cristiani, ad esempio le invetti­ve di Celso. È un po’ strano che, per criticare il cristianesimo, la modernità scientifica non trovi di meglio che ri­proporre accuse vecchie di 2000 an­ni, già confutate dagli apologeti cri­stiani! C’è pure un risvolto inquietan­te: nell’antichità si è iniziato disprez­zando il pensiero cristiano, poi si è ar­rivati alle persecuzioni. Odifreddi di­chiara che il cristianesimo è indegno della razionalità dell’uomo. Per qual­cuno, può diventare giusto combat­terlo » .
« Nemici » del cristianesimo, « super­sensibili » verso l’islam: come spiega la schizofrenia dei « post­religiosi » ?
« Primo: si tratta di una calcolata pru­denza, per non dire una certa vigliac­cheria. Prendersela con il cristianesi­mo apre molte porte in certi ambien­ti culturali: se si scrive un libello an­ti- cristiano, si riesce a pubblicarlo fa­cilmente. Dare alle stampe un volume critico sull’islam è più difficile: una casa editrice ci pensa due volte. Inol­tre, oggi l’islam viene strumentaliz­zato nel progetto di avversione al cri­stianesimo. L’estremismo islamico ha la potenzialità di mettere in discus­sione la civiltà cristiana come la li­bertà di parola o la condizione della donna. Chi nutre odio verso l’Occi­dente, utilizza tutto quello che gli fa comodo » .
Lei scrive: « Il tentativo di ' arruola­re' la cultura scientifica contro la cul­tura umanistica nella guerra antire­ligiosa va nettamente rifiutato » . Un « arruolamento » recente o risalente agli antichi?
« È la novità di una certa cultura mo­derna, a partire dal positivismo otto­centesco. Prima gli scienziati erano anche umanisti, basti pensare ad Ari­stotele o Galileo. Con Comte nasce in­vece l’idea che solo la scienza rap­presenti la realtà in maniera corretta. Va recuperato il concetto che tra scienza e umanesimo non vi è con­trapposizione, ma la sintesi è possibile nel­l’uomo come soggetto dei saperi. Non è un caso se proprio dai li­cei classici, dove tanto peso hanno le materie umanistiche, siano u­sciti molti scienziati, mentre non si può di­re che gli istituti tecni­ci abbiano sfornato numerosi premi No­bel… » .
Dai « post- religiosi » ci possono salvare i clas­sici?
« Sì. L’umanesimo è fondato sulla let­tura dei classici, nella classicità ci so­no risorse per combattere le degene­razioni dello scientismo e recuperare gli autentici valori di scienza, cultura e humanitas. Sono stati i greci e i la­tini ad avviare quelle riflessioni sul­l’uomo, poi illuminate dal cristiane­simo, che sono alla base della nostra civiltà, ad esempio nell’acquisizione dei diritti umani. L’umanesimo non è solo cristiano: anche l’islam e l’ebrai­smo hanno al loro interno grandi tra­dizioni umanistiche. Esso, più che la scienza, può svolgere oggi un ruolo importante contro le degenerazioni integraliste, formulando valori uni­versali come la tolleranza e l’apertu­ra alle altre culture » .
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«Il tentativo di arruolare la cultura tecnica contro quella letteraria nella lotta antireligiosa va rifiutato. Con valori universali i classici possono contrastare l’integralismo»
Destinazione

dalla Prefazione al volume Contro la post-religione
Fumaroli: la Chiesa ci ha regalato la benevolenza

La moda vuole che Dio sia morto, ma solo quello dei cristiani: la scienza ha dimo­strato che non esiste, mentre gli altri dèi, più antichi o più recenti, sdoganati dalla gene­rosità dell’antropologia, mantengono nel mondo il diritto di rimanere vivi e in piena for­ma. Poiché il Dio dei cristiani oggi è morto, in realtà lo era fin dall’inizio, e la conseguenza s’impone logicamente: il cristianesimo in ge­nerale è un lungo e gigantesco errore, che l’Eu­ropa deve cancellare dalla sua memoria, se vuole essere davvero emancipata, moderna, scientifica, e globale. Si concede, al massimo, di richiamarsi alla sociologia di Max Weber e relativizzare la damnatio capitis del cristiane­simo, quando ci si volge all’universo prote­stante: quei cristiani, almeno, con la loro etica del lavoro e del successo, se non con la loro teologia, hanno fatto degli Stati Uniti, dopo l’Inghilterra, l’Olanda e la Prussia, la nazione vincente della nostra modernità trionfante. Ma il cattolicesimo non ha alcuna scusa. Esso è davvero, o poco ci manca, l’errore assoluto. Come l’asino della favola di La Fontaine, Gli a­nimali ammalati di peste, è da lui che vengono tutti i nostri mali, e tutti gridano « dàgli » al col­pevole, in ultima analisi, di ogni ignoranza, di ogni tirannide e di ogni arretratezza. (…) Uno dei grandi meriti del cattolicesimo, ignorato dai suoi detrattori i­gnoranti, ma che do­vrebbe meritargli l’apprezzamento dei non credenti meno estranei alla storia e alla filologia, è di a­ver portato nel suo patrimonio e veicola­to fino a noi il fior fiore filosofico, mo­rale, e anche mitolo­gico- allegorico, della civiltà greco- latina di cui, in Occidente, la Chiesa di Agostino e di Girolamo ha preso il testimone tra III e IV secolo. (…) Siamo ormai stanchi del­l’antifona, ripetuta dal nazionalismo della filosofia tede­sca, secondo cui la luce greca sarebbe stata affievolita se non spenta dai Romani, pri­ma di essere completamente sotterrata dalla Chiesa romana, per riapparire infine nella lin­gua di Fichte e nella musica di Wagner. (...) Ag­giungerei un’altra prova a queste dimostrazio­ni, premesse di un lessico della civiltà europea di ascendenza cattolica, di cui è ormai divenu­ta evidente l’urgenza. Si tratta della fortuna, nell’Europa cattolica, della nozione aristoteli­ca di eutrapelia, « piacevolezza » . San Tommaso non si accontenta di importarla nel suo mira­bile Commento all’Etica a Nicomaco: ne fa una delle virtù cardinali del cristiano. Questa no­zione morale complessa era per Aristotele il privilegio dell’uomo libero di Atene: presup­poneva il sorriso, la leggerezza nella conversa­zione, il senso della distensione misurata, con­tagiosa e generosa. Tommaso la generalizza e la struttura nella gioia propriamente cristiana, ponendo così le premesse di tutta la letteratu­ra che l’umanesimo, sia italiano che francese, ha dedicato all’urbanità, alla sprezzatura, al sorriso, alla socievolezza benevola. È davvero un peccato che il giansenismo, eresia prote­stante nel seno stesso del cattolicesimo, abbia costretto la teologia morale cattolica, sulle di­fensive fin dal secolo XVII, a passare sotto si­lenzio l’eminente virtù dell’eutrapelia, una delle più graziose che l’Europa pre- moderna abbia praticato, uno dei segreti della sua gran­de arte. Nessuna virtù oggi è più dimenticata e violentata. «Il cattolicesimo ha importato in Europa l’eutrapelia di Aristotele cioè il sorriso, la gioia, la leggerezza. Finché venne il giansenismo...» Marc Fumaroli